Un Dio portatile, una collezione d’umani da baraccone…
Due uomini, due sedie rotanti, inghiottiti dal terreno e sostituiti, in eterno…
L’albero delle banane dell’oblio…
«Ci rendemmo conto subito che Dio non avrebbe avuto alcun tipo utilità né avrebbe interagito con il mondo se non fungendo da oggetto di culto non più di una sveglia elaborata da comodino. La sua natura si era svelata in semplicità: per motivi aleatori e in quel punto esatto – forse dalla a-dimensionalità e a-temporalità pure – si manifestava questo arnese. Tuttavia non avemmo alcun dubbio, poiché lo sentimmo tutti, scienziati e religiosi, che si trattasse di Dio. Varcava la soglia della realtà da qualche posto che non avremmo potuto capire mai e ne prendemmo atto.»
«La pioggia oggi cade con costanza e mi risolleva dalla pigrizia, oltre ad alleviare la battaglia in corso. Sto assistendo ad un extravaganza casalingo: uno scontro fratricida fra due dita della mia mano destra che non trovano requie…»
«Sono sicuro che la Direzione sarà finalmente soddisfatta. Mai consumazione fu più gradita. Senza lo spreco d’un singolo buono pasto, sia chiaro, né alcuna agevolazione. Lo splendido lavoro indefesso della televisione è stato sufficiente; anzi, i media nel loro complesso, una folata d’idiozie e un albero piantato fuori contesto. Un banano…»
«…Accettai infine di bere una tazza di caffè con il cannibale, a quell’epoca scrivevo già brevi articoli di costume e aneddotica provinciale, in parallelo all’impegno in cento lavori letterari poco apprezzati e difficilissimi da piazzare. Il cannibale si mostrò subito interessato ad alcune delle mie poesie, tuttavia. Pareva aver letto le mie occupazioni e le mie passioni principali dal tono della mia voce, dalle mie movenze un poco goffe di città e, a detta sua, da una affettazione nei modi che nascondeva una brillante intelligenza al pari di una indubbia latente arroganza. Ringraziai per i complimenti e accettai il caffè, il cannibale mangiava solo persone discutibili, io non lo ero abbastanza. Non per i suoi canoni…»
«Buongiorno,» m’adesca, «senza fallo lei è un esperto di musica. Si parlava, vede, con gli amici: sono esattamente settantaquattro anni che mi domando una cosa e volevo soddisfare la mia curiosità.»…«Prego, mi dica pure.» Sorrido. Questo è il lampo, questa è la zanzara di Fitzgerald, al contrario. Questo è l’accento di ridicolo che mi cambierà la domenica e da cui devo imparare. L’uomo mi misura, misura con piacere il mio sorriso. «Lei sa per caso dirmi quanti colpi di gong vengano in media suonati in una composizione d’orchestra? Non trova anche lei che il suonatore di gong sia una delle persone più eccezionali della storia? Voglio dire, quanti saranno? Non più di quattro, cinque in una sinfonia?»
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Nel mezzo d’una torbiera, al centro di tutte le comunità umane, sorse la più piccola nazione esistente al mondo, circondata da uno steccato improvvisato e ricoperto d’edera screziata. Una piccola capanna di rami e argilla, un giaciglio, una semplice griglia alimentata da un braciere scavato nella terra e uno scranno di rovere. Il Modernista non aveva bisogno d’altro. S’era fatto a un tempo re, legislatore, esecutore e giudice delle proprie azioni, parole e pensieri. Le sue responsabilità, così volte al proprio unico destino, erano inappellabili.
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«…Nel sancta sanctorum dell’uomo felice non ci sono procedure o insegnamenti marziali. Nulla è in ordine per il solo piacere d’esserlo o per mandato divino: nessuno attende in colonna un cenno d’approvazione. Tutt’al più l’uomo felice ricerca l’armonia. Ha compreso da tempo che le procedure d’educazione non sono sufficienti se non supportate da una adeguata educazione sentimentale. Egli sfronda costantemente dal cassetto delle proprie nozioni le verità incontrovertibili dell’insegnamento, che nell’ottica della propria felicità sono completamente inutili. Un gravame isterico – dice lui…»
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