Si può rilevare che quanto più un popolo si allontana dai propri veri bisogni primari, lusingato dalla tecnologia e dal benessere materiale, abbandonato e rassegnato al piacere, tanto più debole sarà la sua resistenza ad un progetto d’uniformazione mondiale. Potrebbe addirittura apparire banale, poiché il piacere NON è soddisfazione e realizzazione spirituale! Le indebite e inutili esposizioni mediatiche, l’idolatria di persone sulle persone – peraltro prive di ogni talento artistico o spirituale – non fanno che aggravare questa condizione. Popoli sull’orlo dell’idiozia pronti alla guerra per futili motivi.
La guerra…sintomo – sia risultato sia causa – della decadenza dei popoli. Nel tempo, in questo impianto mondiale, tutto tende a diventare grigio e indistinto, dagli ideali alla cultura. La decadenza genera incapacità di lottare per i propri valori, desideri e diritti se non quando ormai è troppo tardi. Le guerre neuro-tecnologiche e commerciali della nostra epoca, così diverse da quelle del secolo scorso, non fanno che rilanciare al ribasso le qualità combattive dei singoli e dei popoli che vi prendono parte.
Vi sono tuttavia luoghi e popoli che resistono meglio e più a lungo alla decadenza, alla devastazione morale che si manifesta toccando picchi inaspettati, prima e dopo una guerra. Come Paul Bowles notava in relazione ai paesi arabi nella più celebre della sue opere: quel profumo di deserto mediorientale, temprato e pronto alla resistenza.
È necessario aver fiducia che stiano per terminare i tempi in cui le forze d’élite potevano servirsi dei “paesi poveri” per scatenare guerre fratricide a scopo geopolitico ed economico. Quei popoli sono assai più refrattari alla dominazione d’un ordine mondiale unico rispetto alle popolazioni “occidentali”, bolse e decadenti. L’era moderna e tecnologica osserva e invidia impotente i popoli umili ancora legati alla terra, lontani dalla partecipazione mediatica e dalle lusinghe del benessere: queste ultime rimangono più refrattarie alla provocazione, al blandire del consumo, del capitale, della scienza fattasi religione. Lo spirito si oppone alla decadenza ed è la via che dovremmo cercare per opporci noi stessi.
I popoli che fanno vanto del proprio alto livello di istruzione – sebbene standardizzato, largamente inutile, specializzato e categorizzato, volto alla costruzione di figure professionali e mestieri progettati per automi – sono pronti a cedere facilmente a privazioni e ricatti del consumo e di qualunque arma collaterale esso sfoderi per blandirli, prima, legarli, stringerli e infine soffocarli. Così poco avvezzi al sacrificio, spersonalizzati e lontani dallo spirito, incapaci di riconoscere i veri valori della vita saranno facilmente strumentalizzati e scagliati l’uno contro l’altro per difendere illusori privilegi. Terrorizzati con facilità – con mezzi mediatico-sanitari o sociali – illusi di essere liberi come pesci in un acquario molto grande. Non esiste popolo più pericoloso per sé – e per i pochi individui ancora liberi e vivi al suo interno – d’un popolo che si comporta come una colonia di insetti, eterodiretti e cannibali, all’occorrenza. Insetti dal ventre gonfio, privi di rapporti sociali se non opportunistici e colmi di bramosia, sull’orlo di perdere i propri privilegi di caccia e consumo. Il cittadino medio, ricattato dall’Ordine e cieco, morirà piuttosto di ragionare come ci indicò l’enorme Bertrand Russell. Ponendo su una scaffale assieme la Bibbia e Voltaire – veleno e antidoto – aveva visto oltre, senza sapere: oggi la Bibbia è duplice, esiste in forma religiosa e in forma scientifica fanatica con i suoi risvolti trans-umani, supportati dalle numerose operazioni sociali, sanitarie ed economiche con le quali l’alveare occidentale viene nutrito e ordinato.
I popoli occidentali moderni stanno diventando infinite distese spersonalizzate, ibridate per ottenere l’unicum composto da corpi uguali e neuro-tecnologicamente modificati, menti uguali, spiriti annientati. Perfette vittime delle nuove guerre interne a sé stessi. Questi sono i popoli sui quali agiscono così bene gli ideali della spersonalizzazione a scopo collettivista e materialista, gabellata per uguaglianza e rispetto. La distruzione della produzione di beni e dello scambio degli stessi a favore di mercati “equi e solidali”, gestiti in modo informatico, per la ricchezza dei colossi del settore e il controllo degli scambi. I comizi di alcune forze progressiste che appoggiano i poteri a capo di questa nuova società globale non fanno che dare in pasto alle masse le banalità politiche e sociali – moda e non dialettica – per i consueti voti e consensi. Su questi popoli legati mani e piedi alle risorse tecnologiche, alla paura e alla informazione unica degna della migliore trama Huxleyana oggi le teste dell’élite globale possono imporre il gioco del ricatto con qualsiasi stupidissima argomentazione. Popoli colti, impegnati e progressisti, così si definiscono! Dominati da un terrore parossistico di perdere il benessere, dal terrore stesso della collettività, in quanto unicità nella diversità. Terrore della vita come della morte. Il campo di battaglia delle guerre definitive per l’habeas corpus, saranno le nostre strade. Fra cittadini, analfabeti funzionali, manipolati da pseudo-intellettuali asserviti
Se nell’”occidente” colto e tecnologico si svolgerà la battaglia finale, la rinascita avrà luogo forse laddove i valori umani e spirituali rimangono tutt’ora più stabili. Laddove rimane più forte il legame fra mente, anima e corpo. Genti nelle parti marginali del mondo, genti per le quali solidarietà ed equilibrio di fronte agli avvenimenti della vita sono fondamentali, perché abituate ad innumerevoli vite di fatica e sofferenza ma di presenza a sé stessi, alla propria genia e alla propria unicità. Mani alla produzione, spirito alla felicità nella semplicità comunitaria. Genti prive forse di innumerevoli inutili lauree in economia e commercio, critici d’arte in frac, meretrici da talent show, non-artisti à la page e l’ultimo meraviglioso abbonamento ad un sito di e-commerce. Uomini liberi.
Ovvero, la “spirale orizzontale” d’una mancata evoluzione spirituale.
I sistemi di governo e quelli giudiziari si alimentano in una spirale orizzontale di stagnazione spirituale: sono strutturati per approvare regole e leggi, nominare giurie che emanino sentenze nei confronti di altri uomini che hanno violato o rifiutato le regole della società stessa, intrisi della sua spinta al consumo, alla violenza e alla prevaricazione. Hanno violato queste leggi per motivi di carattere genetico – sostiene qualche eccezionale filosofo dell’accusa – psicologici o semplicemente a causa d’una “natura violenta”?
Ecco il primo importante interrogativo: da dove possa provenire questa fantomatica natura violenta se non dalla spinta al consumo, violenza e prevaricazione connaturate alla società stessa? L’alienazione di una società in cui la solitudine e la distanza da amore e compassione generano per primi quei mostri che si vogliono legati ad un lettino per l’iniezione letale? Può darsi esistano altre circostanze attenuanti, le tratteremo brevemente in seguito. È certo che con obiettivi populisti e dal punto di vista dello statu quo sociale la pena di morte sostenga questa spirale orizzontale di stagnazione spirituale: sentenziando e giustiziando mostri, come se fosse una buona azione, come se rendesse giustizia o sollievo.
Se è sbagliato uccidere un uomo – e non ci sono dubbi che lo sia – non è sbagliato per ragioni morali, sociali, economiche o religiose. È sbagliato perché incatena l’uomo ad una consapevolezza spirituale non ascendente. Blocca l’uomo in una barbarie dell’anima che ne limita l’evoluzione. Genera cattiva energia e sofferenza. Giustiziare un criminale non è una punizione, non genera sollievo per i parenti delle vittime se sono in grado – e dovrebbero, potrebbero esserlo – di cercare ristoro nella compassione per la natura umana. Nell’amore e nella pace, non nella morte, imposta in modo coatto e in qualità di vendetta.
È ora di alzarsi a schiena ritta e rifiutare in toto le dinamiche d’una società violenta, competitiva in modo ferale; una società consumistica che appronta le condizioni e desidera che i crimini avvengano, per perpetuare la stagnazione spirituale dell’uomo e vietargli di ricercare altrove i propri obiettivi, le proprie aspirazioni. Lontano da i cliché del consumo, del bigottismo, del pregiudizio, verso una vera rinascita culturale e sociale, una consistente evoluzione umana.
Per mantenere i topi in corsa e in lotta verso un pezzo di formaggio e in ballo su un pavimento elettrificato è necessaria una trappola dall’altro lato: punizioni sconsideratamente lunghe e pena di morte.
Una vendetta istituzionale che non ripaga dei crimini, non produce che rimpianto, odio e paura profondi che difficilmente verranno slavati dallo spirito di vittime e carnefici assieme. La pena di morte è uno strumento estremo della società formaggio-trappola. che sostiene comunità di topi incattiviti e insoddisfatti, talvolta ben integrati e frustrati, talvolta selvaggi, i quali talvolta soltanto per caso si trovano dalla parte dell’accusato invece che della vittima. (Una serie di circostanze attenuanti o aggravanti a cui accennavamo all’inizio, che fanno una differenza enorme col volgere di anni, cause e condizioni: per esempio, essere cresciuti in un ambiente familiare migliore o peggiore in termini economici, culturali e sociali; il paese di nascita, le dotazioni intellettive e creative personali; una possibile serie infinita di traumi infantili, una semplice “cattiva compagnia”, fino a serissime patologie psichiatriche che paiono spesso tutte irrilevanti ai fini di ritenere un condannato in grado di intendere e di volere. Agli estremi, d’un consulente psichiatrico per l’accusa che ritiene valido il grado di comprensione del bene o del male d’un imputato soltanto perché ha premeditato il delitto. Insomma, spesso condizioni che andrebbero ovviamente approfondite, ma che viaggiano in parallelo, per apertura mentale e consistenza scientifica dell’apporto psicologico, a processi per stregoneria di seicentesca memoria.).
Se è sbagliato uccidere un uomo, prima di tutto e innanzitutto sbaglia lo Stato che uccide. Ripetiamolo, ad alta voce.
Se è sbagliato uccidere un uomo, prima di tutto e innanzitutto sbaglia lo Stato che uccide!
Così come è sbagliato creare le condizioni sociali, regole e affanni alienanti che fungono da substrato per il sorgere sempre nuovo, a spirale, di crimini efferati ed efferate punizioni.
Un patrimonio evolutivo davvero idealistico
Quando siamo di fronte all’opera d’arte, l’Opera – essa val bene una maiuscola, quale che sia il genere – in grado di riscuotere interesse tale da rivitalizzare ogni nostra emozione, siamo di fronte all’unico valore immutabile dell’universo conosciuto, ovvero sensibile. La maggior prossimità al “divino”, lo spirito globale che permea l’universo. L’Opera d’arte materializza una perfetta esperienza d’emozione ed essa rimane immutabile, poiché ci guarda con occhio sornione e ci spinge a sentirla prima e valutarla poi: se non siamo in grado di mutare opinione, sensazione e pensiero di fronte ad essa, pecchiamo d’evoluzione. Essa non è sfiorata dal nostro errore, perché creata durante istanti di “estrazione artistica dalla realtà” che hanno poco in comune con la vita materiale dell’artista. L’opera d’arte permea tutto, è emozione essa stessa, unico tramite fra il mondo spirituale delle idee o del sogno e la mondanità. Con essa ci confrontiamo: più ci allontaniamo dalla dall’idealismo artistico, dalla luce spirituale, più l’Opera d’arte ci appare uguale fino a stancarci. Ma siamo noi, meschini, stanchi e immobili! Essa rivolge uno sguardo benevolo ad ogni stagione della nostra vita e si lascia modellare per schiarirci: allontanarci dalla dipendenza e dalla paura. La paura della crepa, il Crack-up di Fitzgerald e poi la rottura dell’opera stessa e la caduta negli inferi della paura. Le ansie mortifere producono immobilità e incapacità di godere dell’arte man mano che si procede lungo il cammino dell’esistenza: viviamo tempi deboli in questo senso e dobbiamo volgerci all’arte, vera, mai corrotta, mai svenduta, per ovviare ad ansie mortifere immotivate, patologia del Potere che ci vuole immobili.
L’immobilità e la forza sono proprie della morte.
La vita si nutre invece di repentine escursioni su e giù per il declivio dello spirito.
Se consideriamo la vita d’un gatto, sempre presente a sé stesso e nel momento attuale, ibrido vivente di spirito e corpo ad un livello assai maggiore del nostro, possiamo già intravedere la via maestra per identificare le forme di vita più vicine all’Opera d’arte. Minore è il coinvolgimento dei sensi dipendenti dalla materia materiali maggiore è l’agio di vivere senza paura e nella contemplazione dell’arte. Il gatto potrebbe vivere sempre – e per sempre! – attimo per attimo le magie di un sentimento che gli doniamo, senza chiedersi il perché di tale variabile e inaspettata gioia. Questo è ciò che l’arte ci spinge a fare, per il nostro bene e per una consapevolezza sempre maggiore dello spirito che anima l’Universo.
Ma ci occorre un’altro gradino, mentre perseveriamo a adulare l’Opera d’arte universale con una Maiuscola.
Giungendo agli estremi del vivente, alle piante, forse troveremmo l’essere vivente più puro, perché privo di ogni stimolo accessorio inutile e quindi espressione, come l’arte, di ciò che più puro germoglia nell’universo in forma di vita, sia essa destinata ad uno sforzo di autocoscienza oppure no. Riconoscere l’arte in funzione d’un approccio indipendente alla vita e indipendente dall’arroganza e dal dolore che s’accompagnano all’autocoscienza stesso, per quel che sappiamo e viviamo.
Forse, potremmo perfino rilevare che i fenomeni geologici non sono vivi per ciò che ci è dato vedere e che forse, dovremmo ripensare ancora più a fondo il nostro sentire…ma per oggi fermiamoci a gatti, arbusti, rovi e magnolie, sì.
Peccati, pene, necessità e valori morali non sono concetti assoluti in un universo che in ogni momento vede accadere tutto, in contemporanea. Non hanno nulla a che fare con l’arte e lo spirito dell’universo. Adattiamoci a cambiare, diventare acqua, vento, fumo, fuoco, folgore, perdono e curiosità, cambiamo sempre, per godere dell’estasi d’un opera d’arte immutabile e invariabilmente mirabile; magari, proprio una singola margherita, sotto una fitta pioggia
Solo così la nostra opera d’arte ci sembrerà sempre più luminosa e amorevole, come la vita attorno a noi, ogni giorno diversa, ogni giorno di più.
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