C’è un delizioso caffè a Milano all’incrocio fra Via S… e una piccola enclave di magnolie alternate a oleandri bianchi abbracciate attorno ad un giardinetto cosparso di ciottoli bianchi. Alberi e arbusti disegnano un’ombra d’inizio secolo, un sentore antico di conversazioni che possono ancora sbocciare perfino recluse dal cemento inaridito. L’ombreggiato dedalo di passaggi pedonali che contorna l’enclave richiama una corrente che non ha mai posa e rinfresca perfino le giornate afose d’estate, allontanando molta della malinconia che segue – come fossimo quegli animali di Galeno – anche la più piacevole delle notti d’amore. Si colgono profumi di focaccia appena sfornata dal panettiere all’angolo, sparse voci infantili, cristallo che spezza il semplice fruscio degli alberi: chiudo gli occhi e alzo il naso al cielo. Mi guarda come io lo osservo, facendo a tratti capolino dalle sparse feritoie nella volta alberata. Scovare un luogo così ameno, isolato e naturalmente profumato in questa città è sollievo d’altri tempi. Un luogo isolato nello spirito, incontaminato dalle voci dell’umano snaturato, stemperate dalla distanza fra i tavolini e il fruscio delle foglie di magnolia. S’ode soltanto, di tanto in tanto, una accelerata sconsiderata d’un furgone che non mi muove a meraviglia più delle discussioni matronali che trattano invariabilmente di unghie smaltate, vaccinazioni dei figli e lamentele riguardo i turni di lavoro dei mariti ai quali non si sa mai cosa preparare per cena. Come Bernhard e il nipote di Wittgenstein, una panchina in mezzo a questo ciarpame intellettuale sarebbe più soddisfacente d’uno spettacolo al circo. Per fortuna ecco l’immediato rapimento, un’altro sentore di focaccia e pane all’uvetta. Ecco poi un gatto bluastro attraversare il giardino guardandomi di sottecchi, scivolando sui ciottoli, ritmando con la coda una danza di curiosità. Mi trae lontano dai pochi disturbi mondani e la magia è ricostituita e rinforzata. Una coppia d’anziani scrive poesie surrealiste, abbracciati a un tavolo al fondo del giardino. Sorridono sempre, forse pazzi, bevendo caffè alla grappa, aspersi con acqua di colonia e dopobarba di antica fattura. Ci sono tutti i motivi perché io frequenti questo giardino nascosto anche se non abito in zona. Una mattina di luglio, fra una frolla e un cappuccino, una sigaretta di tabacco orientale, scopro anche a chi appartiene – anzi, di chi è parente – quel gatto bluastro: è appollaiato sulle spalle d’una signora di mezz’età che traccia passi misurati e accorti, lungo la siepe di oleandri bianchi. La vita è consapevole nelle persone che conoscono e fanno tesoro del valore d’ogni passo: ognuno di essi accoppiato ad un respiro consapevole, ovvero una delle chiavi della felicità. Il gatto le salta da una spalla all’altra come fossero entrambi parte d’una scultura plasmabile in diretta che si snoda e si incurva, piegando lo spazio attorno a sé invece che muoversi di moto proprio. È del tutto a tempo con il movimento, il respiro e forse anche il pensiero di lei. Talmente a tempo che non so per quanto io rimanga a fissarli, forse con la bocca aperta. Un minuscolo ragno giallo scende dalla magnolia e mi osserva, senza alzare le zampe anteriori in modo minaccioso: questo giardino, questa enclave quasi segreta nelle proprie volontà, mette tutti a proprio agio. Ci si ritrova, quando ormai ci si era persi da tempo. Ad un tratto uno dei due anziani intenti a scrivere poesie si alza come per raggiungermi poi si ferma di colpo. Si volta di profilo e alza la testa inarcando la schiena con inusitata abilità data la sua età, godendo forse il profumo d’un gelsomino che ha colpito anche me. Ha un profilo peculiare: un mento esposto, molto prominente così come tutta la mascella, tale da renderne il viso di profilo simile ad una mezzaluna. La immagino così, sullo sfondo scuro degli alberi alle sue spalle. Un mento talmente prominente, caricaturale, da presentare un impedimento nel caso d’un passaggio dimensionale: il mento sarebbe comunque d’avanzo. L’anziano in effetti sopraggiunge al mio tavolo e a suo modo mi parla di varchi dimensionali. Mi chiede se io sia pazzo o sano di mente, sperando in una delle due risposte senza mezzi termini. Mi guarda e non mi lascia modo di replicare. Al termine di una lunga folata fra la magnolie per cui si tiene il cappello, si siede per suggerirmi un’unica frase utile a suo parere, fuori dal nulla. «L’unica situazione di vera sofferenza – la tortura – è l’equilibrio fra follia e sanità. Solo coloro che l’hanno oltrepassato, teso e insicuro, e sono approdati nella follia, sono in pace. Va da sé che rimanere in tale equilibrio è la vera follia.» I rami delle magnolie che si rilasciano al vento paiono suggerire la stessa riflessione, così come i gatti che saltano di muretto in muretto, i merli nelle siepi che delimitano la scuola e i bambini tutti. L’enclave di spiriti che ancora non hanno provato la sobrietà, ignorano il giudizio e non ne desiderano la stitichezza. «Le va un caffè? Non posso lasciarla andare così.» Il vecchio mi chiede soltanto di leggere alla folla, fuori dall’enclave, alcune sue poesie, incurante che qualcuno le comprenda, incurante perfino che mi ascoltino o volino via, dietro la siepe.
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