Diritti e doveri del cittadino

Racconto

 Non c’è mattina, da alcuni mesi a questa parte, che non mi svegli persuaso d’avere quale unico mio dovere il recarmi presso il più vicino posto dei Frantzen in divisa e denunciare il Presidente. Mi levo a sedere durante la notte ossessionato dal vestirmi, anche alla buona – forse soltanto inforcare il consunto pastrano proletario del nonno, sopra la mia vestaglia – e recarmi a denunciare il Presidente. I miei sogni imperversano e non mi concedono tregua. Non credo di avere nei confronti della società alcun altro dovere residuo. Può darsi ch’io ne conservi nei confronti della comunità, quella sì, la comunione di speranze e sogni del popolo: le loro vite dentro e fuori del corpo. Ma nei confronti della società l’unico dovere è quello di procedere a sporgere la mia denuncia. Sono un poco orgoglioso cittadino di Cavillolandia, terra ove ogni cavillo scientifico, sanitario, religioso o burocratico collabora per cancellare il diritto. Una giostra infinita verso il fondo della decomposizione umanitaria. 

 Nel bel mezzo della notte, magari in babbucce, immagino di varcare la soglia del posto di Frantzen e annunciare solennemente i miei propositi: conscio che non si potrebbero e dovrebbero pronunciare parole più sacrosante. Infuso d’una volontà indomabile e d’una incrollabile fede nella giustizia, dovrei sciorinare le mie accuse, senza remissione. Pazientando e sopportando la lentezza proverbiale dell’Agente addetto a redigere il documento. Del resto li vedo anche in sogno, attempati, bolsi e un poco sovrappeso, guardarmi di sottecchi e chiedermi – senza un briciolo di vergogna, invero – se non mi stia sbagliando. Se io non voglia dedicare le mie attenzioni legali a qualcun altro – che abbia equivocato tutto insomma! – perché non soltanto non detengo la statura morale per biasimare Lui, il Presidente, ma è vieppiù arrogante sospettare che esistano motivazioni valide per farlo. Devo essere in torto! Sogno il sudore entro le loro divise – fornite ai contadini inurbati per farli sentire tutti dignitosamente e penosamente uguali – e mi infervoro, convinto che invece non mi rimanga altra strada. L’unico dovere ch’io possa esercitare a fronte dei diritti orami tutti negati. Non posso più avvertire il respiro, il profumo o l’olezzo di questa mia terra.

 É doveroso pensare che destatomi di soprassalto con occhi cadaverici, ripetutamente, nel corso della notte, io non possa essere del tutto fuori strada: sono convinto che forse un poco di responsabilità il Presidente – proprio ed esattamente il presidente – la debba avere. Ma eccoli roboanti, i Frantzen: “Eppure lei deve essere in errore. Lei non ha materiale per sporgere una tale denuncia, mi creda, torni a farsi una lunga dormita.” Stretti nei propri pantaloni con la riga, si sprecherebbero a cercare di convincermi che nei confronti della società ho tanti doveri quanti diritti d’eccezione io possa far valere. Ma questo è il punto, io dico! Intenderei spiegar loro che mi rimane un diritto-dovere soltanto – denunciare il Presidente – alla luce di quanti Cavilli criminali siano stati introdotti anche grazie al suo operato. Ma parlare in questo mio trasporto onirico, con i Frantzen, è come parlare da pazzo ad un uditorio di savi o viceversa. “Tanta gente pagherebbe lautamente il diritto di lavorare, come lei, ragazzo”, osserva il Frantzen, impettito. Vuole sviarmi dalle mie – quelle sì, criminali! – affermazioni intorno ai Cavilli di Cavillolandia, vuole forse favorirmi. Mi sento Antonio Pace al cospetto di Gian Maria Volonté, Cittadino al di sopra di ogni sospetto. Detratto il fatto di non poter poi godere della compagnia dell’enorme Gian Maria, fuori dal set. Rendo noto al gendarme che in effetti quasi tutti i cittadini ormai ricomprano il diritto al lavoro; il contadino inurbato in divisa rimpiange l’assenza d’un Cavillo utile ad arrestarmi tout court per questa mia sediziosa opinione. Tuttavia, ci stiamo arrivando. Guardo il Frantzen, una maschera di cretinismo e sorrido. “Ecco, non posso attender oltre; non solo possiedo quest’unico dovere, ma devo prevenire l’eventualità che divenga impossibile sporgerla, una denuncia. Devo – per così dire – battere il Cavillo sul tempo! Altrimenti perché mai dovrei svegliarmi, levarmi in piena notte e raggiungervi in tutta fretta per denunciare il Presidente? Potrei aspettare l’alba! Ho riflettuto fin troppo a lungo, mi creda: quando un Presidente necessita d’esser denunciato, bisogna farlo, non si può aspettare l’alba! È necessario approfittare, se già non lo si è fatto quand’era conveniente, a notte fonda.” Un agente ricomincia a sproloquiare di diritti e doveri e giunge perfino a sostenere che il Presidente non si possa denunciare per Cavillo assoluto; un altro inventa Cavilli burocratici che si opporrebbero alla redazione di una tale denuncia senza la presenza del Presidente stesso o di un suo rappresentante legale. Cretinerie di tal fatta smuovono il Sovrintendente del posto di Frantzen in persona che fa il suo ingresso dall’ufficio privato e contraddice i colleghi: anche il Presidente può essere denunciato. Non ama ciò che dice, ma v’è tenuto. Infine, la domanda fatidica: di quale reato avrei voluto accusare il Presidente? Di rimando chiedo se intende ch’io conosca alla perfezione gli articoli di legge – surreale e comico a un tempo – ma prevengo la sua risposta. “Le mie idee sono poche e semplici, come pochi e semplici sono i valori sui quali è stato fondato il nostro paese: regole utili a mantenere unita e viva la comunità e a garantire i diritti individuali. Oltre ogni Cavillo. Grazie al suo brillantissimo apporto il Presidente ha permesso che cadessero tutti, uno per uno. Forse in sogno non ne conosco il termine legale, ma sono sicuro si tratti di un reato. Pertanto, detengo un unico diritto-dovere residuo ed è quello di denunciare sporgere la mia denuncia. La fattispecie di reato trovatela voi, allineati ed esperti come siete delle cose della legge, volete?” La replica del Sovrintendente Frantzen non giunge alle mie orecchie perché, d’un tratto, sono desto. Mi sono alzato a sedere sul letto come mille altre volte e sento pressante quel dovere soltanto: recarmi a denunciare il Presidente. Così ho intenzione di fare.

 Mi alzo e inforco le mie babbucce turche, beige con intarsi in oro sui lacci di chiusura e splendidi pendagli damascati; quanto sono felice che non sia stato redatto ancora un Cavillo che vieti l’uso delle babbucce! Giro l’angolo del corridoio oltre la porta della camera, pattino leggero sul parquet temendo di scorgere il Presidente alle mie spalle, oppure nascosto nell’ansa del corridoio in cui appendo le giacche: forse è lì ritto e scheletrico, in penombra, silente. Egli mi osserva pronto ad avallare un Cavillo istituzionale perfino del breve tempo che mi occorre a raggiungere il bagno. Lo scarto con abilità e raggiungo il Wc in cui devo riversare il peso di un’altra notte di stenti intellettuali. Il Presidente mi osserva, vaporoso nei suoi capelli bianchi impomatati, un’icona circense che perfino i baracconisti d’inizio secolo avrebbero considerato troppo outré. Vado e vengo dal bagno, mi coccolo un poco la barba poiché è ancora possibile possedere dei pettini a Cavillolandia: il Presidente stesso possiede quell’irruente e balsamica chioma da museo delle cere che necessita cure e attenzioni. Pattino a ritroso verso la stanza da letto, scelgo pantaloni, camicia e maglione, tutti rossi – vorrei dare una scossa d’allarme grazie all’azione burocratica che sto per compiere – ma poi abbandono tutto sul comò. 

Decido di uscire in vestaglia, giaccone e babbucce. Non è burocrazia del resto, ciò che di cui mi devo occupare; è probabilmente un atto spirituale, liberatorio, non privo d’una certa dose di provocazione estetica. Un atto teatrale in un mondo di pessimi caratteristi. Bevo un caffè, doppio, necessario alla concentrazione. Devo programmare il mio impatto con la realtà, fuori dal sogno. Poiché specialmente a Cavillolandia, nel luogo ove ai cittadini sani di mente e di corpo sia rimasto quale unico diritto quello di recarsi a denunciare il Presidente, nulla può essere lasciato al caso. Devo precorrere la mia tattica, necessiterò d’una fede riarsa e una solida attitudine da templare: noto che ormai anche la scomunica è un Cavillo, come tanti altri. Accendo una sigaretta dopo il caffè ed esattamente alle tre e ventitré d’una notte di metà novembre esco in vestaglia, giaccone e babbucce e mi reco a denunciare il Presidente.

racconti, varie

“...Del resto, ragazzo, in un paese come il nostro, mai mancheranno eminenti Cavilli per evitar ad un Presidente reclusione o pene accessorie...”

Esattamente 367 passi dividono casa mia dal cancello della vicina stazione dei Frantzen. Li percorro respirando a fondo, godendo ogni sentore, misurando i passi con le mie babbucce, avvertendo i minuscoli sassi sotto la pianta del piede, osservo ogni foglia macchiata dalla splendida decadenza autunnale, alla luce vigorosa della Luna. Giungo al cartello che recita limite invalicabile, oltre il quale mi aspetta una piccola selezione di tutori della legge. Gente a cui bancali di medicine, alcool e giornali a basso costo hanno sottratto ben più che i panni da contadino. Citofono. Mi accolgono con il consueto buonasera, lungo e strascicato, un poco ottuso, che tradisce la pulsione a volermi identificare subito, tutto e tutti. Il timbro acustico del controllo. Non dovranno attendere molto, del resto. Entro deciso a spiegare il mio quesito, chiedo del Sovrintendente, devo sporgere una denuncia assai importante. Mi rendo conto che dovrò comunque attendere: l’unico agente visibile oltre al piantone, paludato in una divisa troppo stretta per le sue misure, mi guarda dallo sportello dell’ufficio mentre addenta un panino con la salamella, rancido e grondante. Cibo da baracchino notturno: quelli dai quali viene gestito il racket della prostituzione e qualche piccolo scambio di stupefacenti. È infatti intento a redigere la deposizione d’una prostituta derubata da un cliente affetto da nanismo ma armato d’una enorme rivoltella. Devono essere andati a prelevarla direttamente sul posto, penso, a seguito di un’emergenza telefonica  e colta l’occasione, assai ghiotta per l’agente obeso, di rimpinzarsi con pessima salamella. Una notte di salamelle, in sostanza, una cosa che ancora nessun Cavillo vietava. Mi accomodo a lato, paziente, ma il Sovrintendente mi ha sentito dall’interno dell’ufficio direttivo. Mi raggiunge e mi squadra con sufficienza, annoiato. Il pastrano rivoluzionario del nonno lo colpisce quanto potrebbe fare una volpe con un cinghiale idiota. Corrimi dietro, sì. Corrimi appresso, dice il mio pastrano. Mi rendo conto che il momento è giunto, prostituta oppure no. Il Sovrintendente chiede di qualificarmi e di chiarire le mie intenzioni. Mi qualifico, glorificando il suo piacere per gli ottusi termini procedurali e aggiungo con naturalezza: “Voglio denunciare il presidente, questo è quanto.”

“Il presidente…di cosa, lei vorrebbe denunciare?”

“Se le aggrada, Sovrintendente, il Presidente di questa nostra onorevole Repubblica. Non è forse ovvio?”

“Il Presidente di questa nostra gloriosa Repubblica! Sì, certo, lei intende denunciare il Presidente. Pensa di esserne in grado? Non bastavano le emergenze stradali, questa notte…”

“Egregio Sovrintendente, se un suo commilitone volesse concedere il piacere di fornirmi il documento da compilare e trascrivere la mia denuncia, lo farei senza frapporre alcun indugio. Senza fallo, mi creda. Mi sento assolutamente in grado di procedere! Certo, non vorrei mai se ne occupasse lei. Riconosco il suo nobile incarico direttivo, non posso certo avvalermi d’una così esimia collaborazione. Mi accontenterò di disturbare un suo collaboratore, non appena si sia liberato dalle incombenze del momento.” Sorrido al grumo di senape che illumina il sottile pizzo dell’agente al di là dello sportello, tanto salutare quanto luminescente alle lampade led della stazione. Il Sovrintendente ha appena cominciato a questionarmi, tuttavia. “È forse un po’ troppo presto la mattina, per risolversi a denunciare il Presidente, non crede?”

“Al contrario Sovrintendente, io penso che data la piega che hanno preso le circostanze io debba leggere la situazione in modo opposto: direi che abbiamo atteso assai troppo, siamo giunti fino a notte fonda prima che qualcuno come me si sia svegliato per recarsi a denunciare il Presidente. In tal senso ripongo la massima fiducia e stima in lei, perché possa aiutarmi, dall’alto della sua coscienza e senso del dovere.” Il Sovrintendente mostra flebili segni di subodorare la mia ironia, ma per ora sono salvo: si tratta d’un Frantzen in divisa, nondimeno, seppur graduato. “Dunque lei dormiva come tutti e s’è svegliato, diciamo pure a notte fonda, per decidersi a raggiungerci e denunciare il presidente? Un modo inusuale, fra tanti possibili, per trascorrere la notte. Com’è possibile?”

“Ma è molto semplice Sovrintendente! Non potevo certo essere  a pesca notturna, non crede? Non tanto perché non vi sia abbondanza di pesci in questa splendida repubblica di Cavillolandia, no. Neppure sarei potuto essere a caccia, Sovrintendente e non perché non sia circondato da ovini in questa nostra gloriosa Repubblica di Cavillolandia. Ma perché come lei ben sa…”

“Sia la caccia sia la pesca sono vietate nel nostro paese, ad ogni buon conto, come tutte le attività ricreative inutili o dannose per la morale e per il costume. Ma sicuramente avrebbe potuto aver deciso di occuparsi d’altro invece che svegliarsi così presto la mattina per venire a proporci questa sua determinata intenzione.”

“Continuo a pensare di non essermi svegliato troppo presto, mi creda, Sovrintendente. Per meglio dire, mi ero svegliato sì assai presto la mattina, tempo addietro, insieme ad una sparuta minoranza di concittadini. Fui subito conscio che sarebbe stato il caso di denunciare il Presidente dal principio per evitare che giungesse in tutta fretta la notte. Ma poi, sa com’è! Un filo di speranza, la cattiva Speranza, la fiducia di circondarsi d’uomini validi e liberi, di resistere al varo di tutti quei Cavilli che oggi vietano tutto…non ci siamo risolti a fare i nostri passi e ora non ci è concesso d’attendere oltre.”

Il Sovrintendente è già spinto a cercare argomenti eccezionali per contrastare il mio impeto, lo capisco dalla vacuità del suo occhio sinistro e dal modo con cui giocherella con la fibbia dei pantaloni.

“Sarebbe potuto restare a casa a regalare figli alla nostra Repubblica, fino al mattino!”

“Se fosse ancora possibile trovare qualcuno con cui farli e se fosse possibile che la cosa avvenga con agio, Sovrintendente! A forza di Cavilli e cattive medicine, lei sa meglio di me che nasciamo poco e nasciamo male. Tutti quei Cavilli che vietano un cibo per favorirne un altro, le vitamine, le prescrizioni mediche, la crisi degli alloggi. Un disastro, mi creda, un disastro. E ancora i Cavilli che impongono un’esatta terminologia per definire un collaboratore troppo straniero, troppo gaio o troppo individualista e la solitudine, il sospetto fra i cittadini, pur accomunati da un’incrollabile uguaglianza forzata. Troppi distinguo annullati, mi creda. Spersonalizzazione!  Difficile trovare una compagna e pensare d’arricchire Cavillolandia d’un bambino in più o forse d’un arrogante amore, sano, classico, come ai vecchi tempi. Non ci vietano per Cavillo soltanto di imbottirci di medicine a causa delle quali alla fine, mi creda, decidendo di assumerle oppure no, si dorme senza svegliarsi mai…oppure ci si desta irrevocabilmente con l’unica urgenza di venire qui da voi e denunciare il Presidente. Le nostre compagne ci seguirebbero se non fossero intente a studiare i mille Cavilli che rendono loro quasi impossibile avere un bambino alla vecchia maniera e non essere giudicate retrograde a causa d’un tal desiderio. Dunque, eccoci qua.”

Il Sovrintendente mantiene il silenzio per qualche secondo poi prorompe in una rimostranza, senza controllare il proprio tono, agitato: “Lei non deve essere polemico, giovanotto, deve convenire con me che la sua non è una richiesta usuale. Non dobbiamo tuttavia costruirci del teatro attorno.”

“Me ne rendo conto, Sovrintendente. Tuttavia, con una maggiore attenzione ai dettagli e una buona quantità di denunce redatte e avallate, forse anche lei diverrebbe refrattario a taluni cavilli. Quelli che le impongono il taglio della barba o la riga ai pantaloni, per esempio. Io le sono solidale mi creda, tant’è…”

Il collega obeso dietro lo sportello ha finito con la prostituta la quale, agghindatasi di nuovo con un boa sfavillante s’appresta a lasciare la stazione sbraitando all’idea di dover riguadagnare la città in tassì. Tuttavia viene congedata in modo sbrigativo mentre il Frantzen delle salamelle mi fissa attonito. La mancanza di comprensione nei miei confronti non è concettuale, né comunicativa. Ho la sensazione che apparteniamo a due specie diverse e con sollievo, pare, pulendosi il mento, ne è convinto anche lui. Il Sovrintendente mi fissa a sua volta e rincara il tono caustico: “Tuttavia lei è troppo polemico e sarcastico, giovanotto: vorrei venisse in fretta al punto.”

“Esiste un Cavillo – potrei non esserne a conoscenza – che vieta anche il sarcasmo? La prego, Sovrintendente, non faccia così. Sono già roso dall’ansia d’essermi destato assai tardi! Come faranno i miei amici, come faranno!”

“E di cosa dunque, ripeto, vorrebbe accusare il Presidente?”

“D’aver permesso l’avallo di cavilli liberticidi e assassini che stanno flagellando la nostra Repubblica.”

“Ma la nostra nazione, ragazzo, è Cavillolandia! Forse soltanto un poco più cavillosa delle altre nazioni in questo momento storico tuttavia rispettiamo i piani.”

“Eppure io le dico che serbo una bottiglia in fresco per quando il Presidente si deciderà a lasciare la guida d’una strada lastricata di cavilli che ormai non ci permette neppure di respirare. Ho bisogno di denunciare il Presidente per vilipendio e tradimento della costituzione.”

All’udirmi pronunciare quelle 3 parole, il Sovrintendente, così come i due colleghi in raggio d’ascolto, vanno in tilt. Il silenzio cade sulla stazione per almeno un minuto denso e lento a scorrere come l’olio di ricino da una giara. Poi il sovrintendente prende a balbettare, ritmato dai singulti, a tempo con i colleghi. Vi-Vi-Vilipendi-di-dio, tra-tra-tradimen-men-mento, cos-cos-cos-costituzio-zione! Mi emoziono mentre gli rendo noto – così riuscendo a calmare almeno il Sovrintendente – quanto Cavillolandia sia ancora una terra ricca di diritti: non esiste ancora alcun Cavillo che vieti il balbettio in pubblico. Vi-Vi-Vilipendi-di-dio, tra-tra-tradimen-men-mento, cos-cos-cos-costituzio-zione! Certamente quelle tre parole in sequenza nella stessa frase e per di più alle orecchie di uomini come loro, debbono aver sortito un effetto sconvolgente. Sono soddisfatto anche soltanto d’aver testimoniato una reazione emotiva in persone mai così lontane da ogni volontà di denunciare il Presidente. Così mi ero rivolto al Sovrintendente incredulo: un accesso di rabbia lo scuote e si slancia per mettermi le mani al collo. Tuttavia lo schivo e aggiungo quanto non soltanto il Presidente meriti d’essere denunciato per vilipendio e tradimento della Costituzione ma anche tutti quelli come loro – i Frantzen in divisa – che hanno giurato su di essa, quando ancora esisteva. Nei tempi non troppo lontani ma antichi in cui Cavillolandia aveva un nome, unico e glorioso fra le genti circondate dal mare che toccava tre continenti: un mare che ne aveva testimoniato la gloria passata e lo splendore poi repubblicano e davvero democratico. Grazie allo sfoggio sardonico del termine giurare il balbettio degli agenti cresce in parossismo, tanto da fare barcollare il Sovrintendente. Mentre barcolla, balbetta e freme, comincia ad accusare sintomi convulsivi, assieme al suo commilitone, il divoratore di salamelle. Non che la cosa possa distogliermi dal mio dovere primario e diritto acquisito. Del resto negli ultimi due anni mi sono assuefatto a vedere gente crollare a terra intorno a me, in preda alle convulsioni o priva di vita, senza alcun motivo apparente. Probabilmente non sopportano più la vita o ne hanno troppa paura: questo è quanto. Ma al momento devo arrogarmi il merito d’aver spinto il Sovrintendente e i suoi bravi ad un reset di sistema e la cosa mi rende assai ilare. Pare non esserci via d’uscita anche perché questi furbacchioni possono così – come molti si sottraggono alla vita senza motivi apparenti – ignorare le mie richieste legali. Ma ecco – il deus ex machina! – il Godot in persona, presentarsi al cancello del posto dei Frantzen: ho la certezza che tutto possa giungere a conclusione molto presto e alzo lo sguardo al cielo profuso nella medesima espressione soddisfatta con la quale presto guarderò al pavimento. Lasciatemi solo il tempo di dimostrarvi quanto l’arte e la moda non facciano mai il proprio tempo, neppure in Cavillolandia.

Le porte del commissariato di Frantzen si spalancano alle quattro e tredici del mattino e fa il suo ingresso, richiamando sull’attenti il Sovrintendente e i suoi bravi, raggelandoli, il Presidente in persona. Reagiscono come ricevitori d’una antenna potentissima. Ecco dunque la mia occasione! Il confronto mi viene offerto in presenza: quella testa, oh, quella testa! I capelli bianchi impomatati paiono quelli d’una scultura del Tussaud e i suoi occhi piccoli e fissi, dietro gli occhiali dalla montatura stretta come pince-nez potrebbero persino allucinarmi e condurmi nei reami della vera pazzia. I reami della magnetica paura in cui erano caduti gli automi che s’accasciano senza alcun motivo a terra, ricusando la vita. Negandone là realtà prima e poi rifiutandola. Tuttavia resisto, fiero. Molti conoscenti privi di spirito e personalità si sono risvegliati e seguono il proprio impegno nella società per necessità, non per contagio o allucinazioni: i nostri fedeli tutori della legge e dei Cavilli per primi, ad esempio. Si sono ridestati dopo qualche secondo d’allineamento, pronti a distribuire il prossimo sopruso, agli ordini magnetici del Presidente. Come potrei abbandonare il mio intento?

“Presidente! Benvenuto, come mai, come mai, questa visita” esclama il Sovrintendente dal tono mellifluo e timoroso ad un tempo. Prostrato com’è, pare guardare il Presidente non soltanto dal basso in alto, ma incurvato fra spalle e collo verso il pavimento, enfatizzando la sua disposizione alla remissività totale. Si sdraia, in effetti, per terra. Se le leggi fisiche glielo permettessero si fonderebbe con le piastrelle per curvarsi ancor più in basso al cospetto del Presidente il quale certo non è un gigante. Quest’ultimo ritiene una fissità dello sguardo tipica di chi ha superato ogni limite di alcool e buona volontà. Insomma nulla è fuori della norma. Il Presidente tenta di scuotere la propria chioma con un diniego e con un cenno feroce obbliga il Sovrintendente ad alzarsi: neppure un candido capello impomatato si smuove. Tremano assai più gli occhiali e le occhiaie, cascanti, sul viso pallido. Quel toupée, con il ciuffo sprezzante e appuntito e modellato sui lati come plastilina, candido e solidissimo, ricorda la struttura di Notre Dame de Haut di Le Corbusier. Un toupée di design, sì! Un simbolo religioso della fede incrollabile che l’effige, la parola, il pensiero e i Cavilli del Presidente riscuotono presso il popolo ipnotizzato. Invitando un’ultima volta il Sovrintendente ad alzarsi si avvicina allo sportello operativo.

“Sono giunto pur in orario strambo – o forse proprio questo – perché devo occuparmi d’un affare d’importanza esemplare e inderogabile. Ma vedo che c’è un bravo cittadino che ha la precedenza. Svolga pure le mansioni che le sono richieste Sovrintendente, posso attendere qualche minuto, non si crucci.” Il Frantzen graduato non vede l’ora di poter esplodere e comunicare quale strambo e inaccettabile proposito io abbia in serbo, nondimeno. Quasi, balbettando, ancora, il Sovrintendente: “Ma lei non ha idea, Presidente eminentissimo, quale ignobile azione vorrebbe portare a termine, questo individuo notturno! Mi creda, una cosa inaudita…”

Lo blocco, mettendogli una mano sulla bocca e prendo la parola sorridendo al Presidente. Ho notato un particolare guardando verso il pavimento – un dettaglio, ai piedi del presidente – che mi ha convinto ad attendere. “Presidente mi ascolti, non dia retta al Sovrintendente qui – agente solerte e premuroso nei confronti dei diritti dei cittadini, beninteso – non ci sono dubbi: se lei si è scomodato a raggiungere questo isolato posto di Frantzen a quest’ora non posso che farmi da parte. Si occupi subito delle sue incombenze, non facevamo che discorrere del più e del meno io e il Sovrintendente, davvero. Posso aspettare.”

Il Frantzen graduato tenta ancora d’intervenire e convincere il Presidente di quanto le mie intenzioni siano inconfessabili e terribili. Io fisso quel dettaglio ai piedi del Presidente al limite della sua ombra stinta fra le fughe delle piastrelle. Stempero ancora il mio tono, sminuendo ogni ansia del Frantzen.

“Non c’è alcuna fretta mi creda. Devo esercitare un mio diritto e il Sovrintendente forse conviene con me o intuisce che la sua presenza, Presidente, sarà risolutiva. Meglio ancora se lei dovesse concedere a tutti noi il tempo d’un consulto. Ma le sue faccende hanno senz’altro la precedenza su ogni mia ambascia. La prego, proceda.”

Il Presidente appare assai soddisfatto – come può non esserlo, un uomo eminentissimo come lui – del sacro rispetto per le istituzioni che traspare dalle mie parole. Intuisco quanto importante possa essere la sua di mansione: lo intuisco dalle sue calzature che ora ho messo bene a fuoco. Il Presidente è in pantofole, eleganti, di lana bordeaux, probabilmente molto calde. Si rivolge finalmente alla caserma tutta, sull’attenti. “Dunque, sovrintendente, se mi sono levato dal giaciglio così tardi questa notte…” Il poliziotto sbianca – nonostante la sua prostrazione da cane da guardia, non ha ancora notato le pantofole indosso al Presidente – sentendo che perfino l’eminentissimo ritiene d’essersi presentato a notte tarda, più che il mattino presto. Interrompe il Presidente, facendo affiorare sulla sua fronte profonde fessure nervose che ne scuotono il toupée. “Ma…anche lei, Presidente eminentissimo, Dottore…ritiene d’essersi svegliato troppo tardi la notte? Proprio lei che tutto sa! Cuore e traino del paese che sicuramente si sveglia ben presto la mattina, prima di tutti! Da anni si desta all’alba per creare e aggirare Cavilli – come pochi nella nostra nazione! Anche il ragazzo in fila dietro di lei, il sovversivo notturno, ha usato le stesse parole…” Prima che il Presidente lo possa rimbrottare per l’interruzione, approfitto del tempo di teatro e motteggio il Frantzen graduato: “Sicuramente è al corrente lei, Sovrintendente, dei Cavilli che non le permettono di questionare tempi, scelte e parole del Presidente, non è forse vero?” L’obiettivo è raggiunto, il Presidente è soddisfatto, sottolinea il mio pensiero: “Vi sono Cavilli cristallini in merito Sovrintendente!” Quest’ultimo abbassa lo sguardo e forse mette a fuoco le pantofole del presidente a fianco delle mie, certo molto più eleganti, ma distoglie lo sguardo. Si concentra sul Griso divoratore di salamelle, al di là dello sportello, richiamandone l’attenzione marziale alle disposizioni dell’Eminentissimo. Mi ricaccia indietro con lo sguardo, confidando ch’io sia divenuto accomodante. Mi appoggio al termine del corrimano per i disabili, appena dietro la guardia di piantone e un sudicio distributore di caffè. Quando i giganti si fanno palesi, i meschini cittadini a cui non è rimasto alcun diritto e forse soltanto un dovere – quello di denunciare il Presidente – devono fare un passo indietro. Il Presidente, dopo essersi svegliato fin troppo presto il mattino, come pochi, per  aiutare la disgregazione nazionale, ora s’alza come tutti assai tardi la notte e si presenta al posto di Frantzen di Controllo. Che trami davvero qualcosa di speciale? La scena che testimonio mi riempie di gioia ultraterrena, per l’eccezionalità teatrale dell’insieme e perché mi convince che in Cavillolandia sopravvive davvero una fioca speranza. Speranza con la s minuscola: tuttavia, sana e fresca speranza. Mi faccio dunque da parte; le due guardie del corpo del Presidente s’accostano a lui, mettendo mano ai bottoni del suo villoso trequarti e aprendolo. Indossa anche una sciarpa candida, ottimo pendant del toupée imperiale. Mentre il Presidente mantiene chiusa la giacca, le due guardie si spostano ai lati e s’aggrappano alle sue spalle: il resto del movimento è fluido, come a rallentatore. In contemporanea le due guardie del corpo aprono e sfilano il pastrano del Presidente. Il Griso oltre la scrivania per poco non soffoca con l’ultimo tocco di salamella ingollato di colpo. Il Sovrintendente resta inebetito: il Presidente è piantato sulle gambe fasciate da un paio di pantaloni di pigiama e una camicia da notte, il tutto di seta e color cachi. La sua figura è arricchita dalle due pantofole di lana bordeaux, non certo belle ed eleganti quanto le mie babbucce. Il Presidente dunque s’è presentato al posto di Polizia destandosi tardi la notte, come me, in tenuta da notte come me, parimenti in pantofole, fiero e determinato quanto me nelle sue intenzioni, non ho più dubbi. Il Sovrintendente si avvicina, tremando, a disposizione. Il Griso si netta con una salvietta sottratta alla prostituta le mani unte di grasso suino.

“È molto semplice, Sovrintendente. Dopo mesi di risvegli antelucani, consapevolezza estrema e volontà ritorta, questa notte ho fatto assai tardi nei miei appartamenti. Riflettendo, mi sono deciso: l’unica cosa ch’io dovessi ancora fare, l’unico dovere rimastomi al mondo, data la condizione di questa nostra nazione era alzarmi – seppur troppo tardi – inforcare soltanto il pastrano sopra la mia camicia da notte e farmi accompagnare al posto di Frantzen più vicino, per denunciare il Presidente.”

Non potete immaginare quanto caro divenga di colpo per me un Presidente così eminente. Il mio sorriso s’allarga tanto da slogarmi la mascella. Mi trattengo dal sottolineare il mio stato d’animo e attendo. Amo quest’uomo, finalmente!

“Voi, Presidente…volete denunciare il Presidente?” Balbetta il Sovrintendente. Non riesco a contenermi e lo incalzo: “Certamente. E sono sicuro non esista un Cavillo che lo vieti, non è forse vero, eminentissimo Presidente?”

“Ovviamente no. Non ci sono Cavilli che limitino la possibilità di movimento, espressione e generazione di Cavilli in capo al Presidente e ai suoi ministri, nel nostro glorioso paese, Sovrintendente,” così il Presidente. “Le ho già reso noto che da due anni ormai mi alzo all’alba per redigere o avallare i Cavilli. Gli stessi che mi permettono di venire qui in tarda notte – sebbene più o meno alla stessa ora – e procedere in questo mio incarico residuo. Dopo due anni simili il dovere morale ha trionfato, la mia mente non è obnubilata. Mi consenta dunque di procedere.”

“Sicché lei vorrebbe, vuole anzi…certo, ehm, denunciare il Presidente. Va bene. Tuttavia non so come agire, le metto a disposizione il mio agente migliore, ovvero l’unico presente a quest’ora in grado di svolgere mansioni burocratiche.” Il Griso divora salamelle si mette sull’attenti, il Presidente scioglie le briglie ai cani da guardia che si allontanano con il suo pastrano e sciarpa e volta le spalle a tutti. “Osservi sovrintendente, un’altra libertà, di tipo espressivo: può dire che il presidente intende denunciare sé stesso. Non abbiamo stilato cavilli che vietino l’uso della forma verbale riflessiva.” Così, ancora, il Presidente. Il Frantzen graduato, abituato com’è ad ignorare forme linguistiche così pedanti e colte e forse pure ignaro della loro mera esistenza, rimane scosso. Rincaro la dose, forse esagerando: “E neppure s’è vietato l’uso del congiuntivo, Sovrintendente. Mi sbaglio forse, Eminentissimo?” Il Frantzen graduato sbava udendo la mie parole. Ma il Presidente si volta verso di me mentre allunga una mano per zittirlo in anticipo. Mi ha già guardato all’ingresso con interesse, ma ora mi squadra dalla testa ai piedi. Misurata la mia mise notturna, abbozza una smorfia di gradimento e forse d’invidia per le mie babbucce. Il mio pastrano è parzialmente aperto. Mi punta addosso un occhio liquido e sorride. “E lei, giovanotto, sempre così arguto. Avremmo dovuto pensare ad un Cavillo che le vietasse questa attitudine. Cosa è venuto a fare?”

In merito all’arguzia il Sovrintendente è sul punto di esplodere ma viene ancora quietato, magneticamente, dai gesti del Presidente. La confusione agita i muscoli sul viso e negli occhi del Frantzen: non ricorda di certo il significato della parola arguzia ma doveva esserci o avrebbe dovuto esistere – vivaddio! – un Cavillo anche contro una attitudine così liberale ed eretica. Contro l’arguzia questa sconosciuta e perfino contro il sarcasmo, sì! Agitandosi faticosamente fra pensieri tanto complicati il sovrintendente non riesce a intervenire. Guardo il Presidente e sorrido. “Sono venuto a tarda notte con le sue stesse intenzioni, Presidente, ho intenzione di denunciarla. Come vede, io forse abuso del vezzo d’un eloquio non modesto, ma non nascondo convinzioni dietro ad alcun Cavillo, come sempre.” Un silenzio intenso ci avvolge per un minuto, forse più. Il viso del Presidente si sgrana, senza replicare. Posso concludere: “Ho pensato che a forza di Cavilli non ci siano rimasti poi così tanti diritti e forse un dovere soltanto, in questo nostro paese, per un cittadino come me. Un cittadino il quale – mi permetta, umilmente, Presidente – si è svegliato come lei sempre presto il mattino fin da quel primo mattino, insomma, però poi ha temporeggiato. Ho atteso fin troppo prima d’esercitare quei sani diritti che corrispondono davvero ai doveri, scevri da propaganda o politica. Riconoscere i pilastri della nostra umanità senza paura. Ma ero sicuro che qualcosa di storico sarebbe dovuto accadere, ho temporeggiato sì, ho visto tanta gente cadere, accasciarsi, senza motivo – probabilmente perché non sono in grado di svegliarsi presto la mattina, dico io, ma anche perché non reggono i ritmi della notte tarda. Infine mi sono deciso ad uscire, come lei, eminentissimo Presidente e denunciarla. Temevo che se avessi atteso ancora, probabilmente tutti sarebbero caduti attorno a me. E lei sa bene cosa intendo. Poiché, giorno e notte, è partecipe di tutto, partecipe e complice…”

Il presidente sorride e guarda il capitano: “Vede Sovrintendente, denunciarmi: il nostro amico non soltanto usa a suo piacimento una buona dose d’arguzia, ma conosce il corretto uso delle particelle pronominali, oltre ai verbi riflessivi. Quanto a lei ragazzo, non creda ch’io abbia agito di mia spontanea volontà…ma lasciamo andare. Complice o protagonista ch’io mi consideri, non credo che il suo giudizio in capo alla mia persona possa mutare. Sbaglio?”

“Certamente no, Presidente. Non posso che ammirare il suo realismo, tuttavia. Lei vede quanti amici abbiamo perso, quanti si siano abbandonati alla paura e si siano ritirati a riposo? Non ho altre alternative.” Il Presidente non commenta e si volta verso il Frantzen delle salamelle. “Dunque, siamo in due, io vorrei denunciarmi, mentre il ragazzo vuole denunciare il Presidente. Non ci sono cavilli che lo evitino, agente. Procediamo?” Il tono è un mottetto nei confronti del Sovrintendente il quale è aggredito da un parossismo di balbuzie. I tic poi lo scuotono a fondo, sia a causa del termine pronominale, devastante per il suo equilibrio mentale, sia per la similitudine di vestiario, spirito e intenti che io e l’eminentissimo Presidente abbiamo dimostrato.

“Mi dica ragazzo, perché mai vorrebbe denunciarmi? Di cosa esattamente mi accusa?” Così ancora il Presidente.

“Mi permetta Eminentissimo, fin dagli albori lei è stato sveglio. Primadonna e complice, come dicevamo prima. Grande Artefice dei Cavilli. Io devo considerare questo un tradimento. Mi reputerebbe ingenuo oppure arrogante, o entrambe le cose, se le dicessi che voglio mettere a frutto l’unico dovere rimastomi nei confronti dell’umanità? Per inciso – Sovrintendente – quant’è piacevole l’uso delle particelle pronominali, vero?” I tic del Frantzen graduato si fanno convulsione. Nel frattempo, approfittando del tempo di considerazioni che ode e non capisce, il Griso si accinge ad addentare un’altra salamella. Si unger e pare ingrassare a vista d’occhio. Stolide persone come quella forse non cadrebbero mai senza motivo per terra, morte, al mio fianco. Che vita grama e triste condurrei se restassi solo al mondo con quel tipo di concittadini. Vorrei urlare, ora, ma ascolto la replica del Presidente. “Bando alle battute di spirito ragazzo, non infierisca. Lei s’intende di comunità e non la chiama società. Capisco quanto lei sia sveglio. Del resto, non vedo segni di ebetismo da Cavillo sulla sua faccia sgombra, vedo che respira libero e questo mi ripaga della scelta d’alzarmi così tardi la notte – meglio tardi che mai – per venire a denunciare il Presidente. Denunciarmi.” Mi chiamò al suo fianco. “Sporgiamo assieme questa denuncia ragazzo?”

“Nulla sarebbe più gradito che apporre la mia firma a fianco di quella dell’eminentissimo Presidente, non ci sono Cavilli che lo vietino, vero?” Il Presidente s’avvicina e sussurra, in modo da farsi udire soltanto da me. “No ragazzo, no. Ma io la conosco, sa, non esageri. Lei è quello scrittore che ci ha fatto tanto penare e pensare. Chissà che io non mi trovi qui di proposito? Non le abbiamo regalato una fiasca di liquore di pregio e innocuo, in luogo dei mignon del Cavillo che distribuiamo in quantità alla popolazione? Tuttavia lei non si è mai quietato. Le abbiamo garantito che non sarebbe mai stato costretto ad abbeverarsi alla fonte dei nostri Cavilli. Lei e pochi altri avete avuto questo privilegio, mentre tutt’attorno abbiamo dominato un ovile diffuso e stanco. Ma con lei pensavamo d’avere un accordo.”

“Forse lo stiamo raggiungendo stanotte. E il migliore degli accordi possibili, Eminentissimo. La vostra regalia è stata assai gradita ma non sono riuscito a convincermi al silenzio. Troppo dolore e nebbia, troppa paura, troppa gente che mi stramazza al fianco. Quanta sofferenza e quanto profumo nascosto di questa nostra patria, la sua natura: quanti effluvi negati. Basta! Ho dovuto alzarmi come lei…”

“…Fin troppo tardi la notte, certo ragazzo. Non disdegno le sue reprimende, mi creda e la supporto, al di là dello storico accordo che ci lega di fronte a questo esame di civiltà. Sarà anche mio l’onore d’apporre assieme le firme su questo documento. Denunciamo dunque! Io mi denuncio e lei denuncia il presidente: è anche ora ch’io vada in pensione.”

“Non sa quanto io le sia grato Eminentissimo. Del resto, lei rappresenterà un caso eccezionale: in questo paese è quasi necessario morire prima di andare in pensione mentre lei rimarrà nella storia come un lavoratore indefesso, mi creda. E infine anche onorevole! Ristabiliremo diritti e doveri, al di sopra d’ogni Cavillo.”

Firmiamo, denunciamo tutto. Il Presidente, eminentissimo qual è, accetta le responsabilità.

“Del resto, ragazzo, in un paese come il nostro, ciò che mai non mancherà sono i Cavilli utili ad un Presidente per evitare reclusione o pene accessorie.” Tuttavia, al netto dei privilegi, da questa notte, dopo la denuncia, i Cavilli gradualmente scompariranno. I cittadini termineranno lentamente di barcollare e schiantarsi a terra per la stanchezza forse, chissà, di dover restare alzati così tardi la notte e ricominceranno a ragionare fin dalle prime luci del mattino. Ricominceranno a respirare e poter usare i congiuntivi. Tutti, salvo il Sovrintendente Frantzen che seguita a guardarci inebetito già ora, mentre firmiamo un atto che per esso è grammaticalmente, logicamente e legalmente inconcepibile. Il Griso archivia la denuncia non senza macchiarla di grasso suino e io mi volto sorridendo a tutti ma soprattutto al Presidente. Eminentissimo Presidente. Le guardie del corpo prendono a rivestirlo; li accompagno all’esterno, alla luce dell’alba: l’alba d’un paese dalle coscienze in rinascita. Il presidente entra in auto e attende a sportello aperto per qualche attimo; prima di chiudere mi chiama a sé. “Io non abito ovviamente così vicino, giovanotto. Grazie alla tecnologia di cui disponiamo, sapevamo che lei si sarebbe alzato così tardi questa notte, infine, e si sarebbe recato a fare quello che doveva fare, ciò che avrebbero dovuto e potuto fare tutti, da un paio d’anni a questa parte. Ci pensavo da tempo, glielo assicuro, ma la mia posizione e il mio decoro, le mie responsabilità, non mi consentivano di voltare le spalle ai nostri finanziatori. Ci voleva l’atto d’un cittadino, anche solo un cittadino con la mente sgombra e la forza di tenersi ritto oltre la ragionevolezza diffusa. La attendevo, l’ho sempre seguita e letta. C’è un dettaglio, tuttavia, nei suoi libri e nelle sue conferenze che lei non ha mai svelato nonostante la sua abilità di argomentare e raccontare. Quanto ci ha fatto penare! Non abbiamo avallato cavilli per escluderla dal mercato e tutto sommato, sarebbe stato più semplice precluderle i canali d’edizione. Non togliamo di mezzo gli oppositori a meno che non se la cerchino davvero. Qualcuno s’impicca, qualcun altro cade vittima di una rissa stradale, un incidente con il monossido di carbonio, forse. Ma lei è sempre stato più pericoloso di così, deciso quanto pacato. Così l’abbiamo studiata e siamo giunti in tempo. Le responsabilità nei confronti di coloro che hanno organizzato l’intero affare dall’alto sono irrefutabili tuttavia io sono stanco e anziano. Le dirò, sono anche insoddisfatto, anzi frustrato: sì, frustrato! Sa perché? Nessuno dei nababbi che ci hanno reclutato per il nostro sporchissimo impiego è riuscito a soddisfare una mia singola richiesta. Per questo io voglio che mi sveli l’unico segreto che lei non ha menzionato. Sono sicuro che dopo aver collaborato a liberare il paese e i nostri amati concittadini, lei possa aiutarmi e accogliere la mia richiesta.”

“Credo d’essere disponibile per qualunque faccenda, eminentissimo Presidente. Qualunque, Cavilli permettendo…”

Il Presidente sorrise. “Le sue babbucce. Ho girato mezzo mondo e inviato osservatori e studiosi, ho destinato fondi e dato piena libertà di movimento. Quel colore, quali arabeschi! Non sono stato in grado di trovarne un paio uguali e la cosa mi disturba assai. Dove le ha trovate?”

Non posso rispondere null’altro che l’ovvio, neppure in questo affare ho intenzione di svelare le mie fonti. Sono disposto a ben altre concessioni, a patto che il Presidente convenga con me sull’eccezionalità di ciò che abbiamo fatto. Dallo spirito della nazione all’eleganza notturna. “Non se ne dia cruccio, Presidente. La risolviamo in modo assai più semplice. Facciamo scambio?”

Il Presidente non attendeva altro, con quei suoi piccoli occhi porcini colmi di concupiscenza, allargatisi all’istante. “Certo, ragazzo, non potrebbe farmi dono più gradito e del resto, potrei obbligarla, lo sa? Esiste un Cavillo che obbliga chiunque a cedere le proprie babbucce al Presidente, qualora egli ne faccia richiesta.” Per la prima volta lo vedo ridere davvero, senza colare via nelle sue rughe e senza perdere quel candido toupée.

“Se il Cavillo vuole così…ma sarà un piacere Presidente.”  Scambiamo le pantofole, ci salutiamo e il Presidente lascia il luogo della liberazione, mentre io prendo a ciabattare spalle alla notte, con le punte delle pantofole bordeaux – certo meno eleganti delle mie – volte al nuovo giorno che nasce, cavilli permettendo.

"DIRITTI E DOVERI DEL CITTADINO", MATTEO ZANONI, ILT - CRACKUPART, 2022​

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